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Sei in: MOTO - TRANSASIA: VIA DELLA SETA, MONGOLIA, SIBERIA - DIARIO DI VIAGGIO - GIORNO 18
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TRANSASIA
Via della Seta - Mongolia - Siberia

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27.6.2009 - sabato - giorno 18
Ekibastuz (KZ) (7.41) [+4] -
Karacuk (RUS) (17.55) [+5]
km 414
viaggio h 9.14, guida h 6.30

La mattina la moto è ancora lì, nessuno ha cercato di entrare nella mia stanza e il cielo è sereno, come il mio animo. Fresco: 11° (in tutta la giornata non supererà i 15°).
Non perdiamo tempo: si parte!

Arrivato alla città di Kachiry, trovo la deviazione per la Russia, indicatami da Eugeniy, e svolto verso nord-est.

E’ fatta, penso, ancora pochi chilometri e avrò alle spalle il Kazakistan per entrare finalmente in Russia! Ma non sarà così.

La strada peggiora un po’; inizialmente non mi preoccupo: sulla carta è segnata come strada secondaria, evidentemente questo valico non è molto frequentato. Poi però peggiora proprio di brutto e ci sono più buche che asfalto. Mi ritrovo in aperta campagna, senza alcuna città vicina, solo un misero villaggio di baracche, traffico praticamente nullo. La strada è veramente da paura; come se non bastasse, la pioggia della mattina ha riempito alcune buche, rendendole ancora più insidiose e trasformato la terra ampiamente presente sulla sede stradale in una poltiglia infida e scivolosa.

La moto si sposta tra una buca e l’altra in una specie di gara di danza in cui il premio è la semplice sopravvivenza. Ma al peggio non c’è mai limite e dopo un po’ cessa anche quel po’ di asfalto e resta solo la terra, o meglio, la ghiaia, sparsa su tutta la carreggiata per ricoprirla. La ghiaia è una buona cosa per coprire una strada (in mancanza dell’asfalto) … se sei in auto. Ma con una moto la ghiaia ti porta ad affondare e, se non hai le gomme (e la moto) adatte e non riesci a tenere la giusta velocità, finire a terra è un attimo. Pazienza, tiro un bel sospiro e affronto la ghiaia.

Finché dura la ghiaia. Infatti dopo qualche altro chilometro finisce e resta solo la terra o, meglio, il fango (ricordo che stamattina ha piovuto). Chilometri di fango davanti a me, la strada è ridotta ad una pista, con profondi solchi scavati dai rari veicoli passati. Non so che fare: questo sembra davvero troppo per la mia moto, prettamente stradale, con gomme stradali, stracarica di bagagli. D’altra parte, non è che abbia molte altre possibilità: di tornare indietro non se ne parla, la Russia e lì, davanti a me, con la sua sconfinata Siberia che mi attende, per poi arrivare in Mongolia. Devo andare avanti, e avanti vado.

Prima, seconda, gas e procedo, in equilibrio, precario, ma pur sempre in equilibrio. Nei tratti più difficili mi fermo (non ho fretta), prendo fiato e riparto; non ho la presunzione di dire di aver passato quei chilometri di fango in piedi sulle pedane, come su un agile enduro, ma li ho passati, senza cadere e senza rompere nulla.

Sono solo 16 km da quando l’asfalto è finito (percorsi in 40’), ma mi sembrano un’eternità. Arrivo alla dogana kazaka: sono l’unico “cliente”. Nessun altro veicolo. Il bello è che non c’è nemmeno un militare in vista! Scendo dalla moto, busso alla porta dell’edificio: nessuna risposta, attendo. Spingo la porta: è aperta, chiedo permesso ed entro. Non vedo ancora nessuno; dopo un po’ arriva un ragazzo in divisa; forse l’ho svegliato dal riposino pomeridiano (sono le 2 del pomeriggio). Sembra più meravigliato di me della situazione; guarda la moto e me, e poi di nuovo la moto. Credo che non capisca come abbia fatto ad arrivare fin qui con questo veicolo. Dà una veloce occhiata ai miei documenti, ma poi va subito a chiamare il comandante, in un edificio vicino; questo arriva (con un altro militare) e comincia subito una serie di calorose strette di mano, abbracci, saluti, tentativi di conversazione (il comandante qualche parole di inglese la conosce, ma davvero poche). Continuo ad essere l’unico “cliente” nel posto di frontiera, che credo sia il più isolato che abbia mai attraversato.

Mi invitano nell’edificio vicino dove sono gli altri militari (in tutto 6 persone) e mi offrono vodka; davanti al mio (cortese) rifiuto (non bevo normalmente alcolici e certo non vodka quando devo guidare), insistono per offrirmi qualcosa e mi ritrovo quindi seduto alla loro tavola a fare un sostanzioso spuntino a base di verdure, frutta e condimenti vari. Insistono perfino per scattare alcune foto ricordo (cosa vietatissima nelle dogane di tutto il mondo); ovviamente ne approfitto per scattare qualche foto anche con la mia fotocamera.

Un’accoglienza davvero calorosa, dovuta forse al fatto che questa è una dogana davvero sperduta (non ho visto nessun altro transitare per tutto il tempo che mi sono trattenuto qui, 45’, più per i festeggiamenti che per il controllo documenti) e al mio essere motociclista, per di più con una moto che credo nessuno di loro abbia mai visto nella propria vita e per niente adatta a quel terreno.

4 - SIBERIA

Per fortuna, come anticipatomi dai kazaki, appena entrato in Russia, la strada migliora e torna l’asfalto.

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